Note e riflessioni

Ladan Boroumand: Una breve nota sulla situazione in Iran

La parola ‘Iran’ scritta nel sangue di uno dei manifestanti. Credits: Vahid online

Una breve nota sulla situazione in Iran

Ladan Boroumand (Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in IranProfessoressa ad honorem in Storia, Università di Parma)

1. Dal 2009, quando milioni di iraniani scesero in piazza per protestare contro le massicce frodi elettorali nelle elezioni presidenziali, il mondo ha assistito a cicliche insurrezioni popolari represse con brutale violenza. Eppure, persino se confrontati con il precedente bilancio repressivo del regime, gli eventi dell’8–9 gennaio 2026 segnano una frattura qualitativa nella natura della violenza di Stato esercitata dalla Repubblica islamica per soffocare il dissenso.

A partire dall’8 gennaio, un blackout totale di internet e severe restrizioni alle telecomunicazioni hanno precipitato l’intero Paese in un isolamento assoluto. Nei giorni precedenti, le autorità avevano iniziato a presentare le proteste come una sedizione eterodiretta dall’estero. Agenti in borghese avevano infiltrato le manifestazioni, individuando i leader dei gruppi e i manifestanti più attivi. Alcuni aspetti di quanto accaduto stanno emergendo lentamente; tuttavia, una ricostruzione piena e accurata della violenza statale di quei due giorni — e delle operazioni punitive successive e tuttora in corso — sarà possibile solo quando squadre investigative indipendenti potranno operare liberamente nel Paese.

Al momento della stesura di questa nota, i media hanno riportato oltre trentamila manifestanti uccisi, una stima confermata da una rete di medici operanti dentro e fuori l’Iran. I nostri colleghi dell’agenzia Human Rights Activists News Agency (HRANA) hanno registrato 658 manifestazioni di protesta in 202 città, distribuite in tutte le 31 province del Paese. Nessuna mobilitazione nella storia della Repubblica islamica aveva mai raggiunto un simile livello di partecipazione e di diffusione geografica. Al 5 febbraio, HRANA aveva confermato 6.883 vittime, tra cui 214 membri delle forze governative, ed è attualmente impegnata nella verifica di ulteriori 11.280 casi. Considerati i rigorosi protocolli di verifica delle organizzazioni per i diritti umani, le notizie di sepolture segrete di massa e la negazione deliberata delle cure mediche ai manifestanti feriti, vi sono seri motivi per temere che il numero reale delle vittime superi di gran lunga quello riportato dai media. Gli eventi dell’8–9 gennaio 2026 sono paragonabili, per concentrazione letale, a ciò che è stato definito “l’Olocausto dei proiettili”, emblematicamente rappresentato dal massacro di Babij Jar in Ucraina, dove 33.771 ebrei furono assassinati tramite fucilazioni di massa nell’arco di quarantotto ore.

La domanda che si impone è dunque la seguente: perché — a quasi mezzo secolo dall’instaurazione del regime — la violenza statale ha oltrepassato, per la prima volta, il semplice obiettivo di reprimere le proteste di piazza, come era avvenuto nelle insurrezioni precedenti? Che cosa distingue questo movimento? Quale soglia ha varcato, inducendo il regime stesso a oltrepassare il Rubicone?

2. Le proteste hanno avuto inizio nel Gran Bazar di Teheran — tradizionale cuore commerciale del Paese — tra il 27 e il 29 dicembre, in seguito a un violento shock economico causato dal crollo della valuta e dall’impennata dei prezzi (nel 1978 un dollaro valeva 70 rial; il 27 dicembre 2025, sul mercato libero, ne valeva 1.300.000). Come già avvenuto in tutti i movimenti sociali dal 2017 in poi, le rivendicazioni economiche si trasformarono rapidamente in proteste politiche, espresse attraverso slogan apertamente anti-regime. Tale politicizzazione del malcontento economico non sorprende: la popolazione attribuisce con piena consapevolezza alla natura stessa del regime islamico — alla sua illegalità, violenza e corruzione — la causa principale delle proprie sofferenze economiche e sociali.

Nel giro di pochi giorni, tra il 29 e il 31 dicembre, le proteste si estesero alle principali città iraniane, assumendo con chiarezza un carattere politico. Agli slogan iniziali — «Bazari onorati, sosteneteci, sosteneteci», «Non abbiate paura, siamo tutti insieme», e agli appelli rivolti ai commercianti esitanti affinché abbassassero le serrande — subentrarono invettive esplicitamente anti-regime: «Senza i mullah avvolti nel sudario, questa patria non tornerà patria», «I mullah devono sparire». Già dal secondo giorno si udirono a Teheran slogan a favore del Principe ereditario Reza Pahlavi: «Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi tornerà», insieme a invocazioni in onore di Reza Shah, suo nonno e fondatore della dinastia Pahlavi che governò l’Iran dal 1920 al 1979. Con il crescere delle proteste — sia per numero di partecipanti sia per estensione geografica — gli slogan che indicavano Pahlavi come alternativa politica divennero il principale grido di mobilitazione: «Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi tornerà», «Morte al dittatore», «Lunga vita allo Shah», «Morte a Khamenei», «Questo è l’anno del sangue — Khamenei sarà rovesciato» (uno slogan in rima in persiano), e «Reza Shah, che la tua anima riposi in pace».

Il 2 gennaio, Donald Trump rilasciò dichiarazioni pubbliche mettendo in guardia le autorità iraniane contro la repressione violenta e manifestando il proprio sostegno ai manifestanti. Tali dichiarazioni circolarono ampiamente all’interno del Paese; in almeno un caso, i dimostranti ribattezzarono una strada con il nome del presidente statunitense.

Sei giorni dopo, l’8 gennaio, mentre l’Iran era isolato dalla rete, Reza Pahlavi lanciò un appello pubblico invitando gli iraniani a scendere in piazza quella sera e il giorno successivo. Canali televisivi satellitari molto seguiti, tra cui Iran International con sede a Londra, ne diffusero il messaggio.

In entrambe le serate — l’8 e il 9 gennaio — l’Iran fu teatro di manifestazioni di massa durante le quali venne perpetrato un massacro di Stato deliberato e premeditato. All’indomani del 9 gennaio, mentre il mondo ignorava ancora l’entità delle uccisioni, le proteste si affievolirono: le famiglie iniziarono a cercare i propri cari scomparsi, in un clima segnato da ondate di arresti e persecuzioni.

Un coprifuoco non dichiarato rimane in vigore: le automobili vengono fermate, i telefoni cellulari ispezionati, i corpi delle persone controllati alla ricerca di ferite da pallini, spesso preludio all’arresto.

3. Per comprendere questa insurrezione, occorre collocarla sullo sfondo di una dinamica sociale e storica di lungo periodo che l’ha resa possibile. Le rivolte iraniane sono spesso state interpretate come una sequenza di fallimenti, schiacciati ogni volta dalla repressione governativa. Il Movimento Verde del 2009 rappresentò l’ultima grande speranza di riforma interna: milioni di iraniani scesero in piazza per chiedere semplicemente il rispetto del proprio voto, credendo ancora possibile la democratizzazione di una teocrazia totalitaria attraverso i cosiddetti “riformisti”. La ferocia della repressione e il rifiuto del regime di avviare anche minime riforme segnarono l’inizio di una frattura irreversibile tra Stato e società.

Dal 2009 in poi, l’Iran ha conosciuto profonde trasformazioni culturali che oggi costituiscono il fondamento sociale della rivoluzione in corso. Si sono verificate ondate di conversioni a religioni non islamiche — senza precedenti dalla fine del XVII secolo — mentre pratiche popolari e costumi sociali hanno subito una rapida secolarizzazione, visibile nell’abbandono delle moschee e delle preghiere del venerdì. È su questo terreno che sono nati i movimenti contro l’obbligo del velo e che le donne si sono affermate come avanguardia di una vasta rivoluzione culturale. Come l’attuale sollevazione, anche le proteste del 2017 e del 2019 furono innescate da motivazioni apparentemente ordinarie — l’aumento del costo della vita e dei carburanti — ma veicolavano un messaggio che un mondo ingannato dalla propaganda del regime rifiutò di ascoltare: la dicotomia riformisti-conservatori era divenuta obsoleta, e la popolazione stava rigettando il regime religioso in quanto tale. Dal 2017, questo rifiuto si è espresso senza ambiguità.

Il movimento Donna, Vita, Libertà del 2022, sorto dopo l’uccisione della giovane donna curda Mahsa Amini, ha portato la questione femminile — e il velo — al centro della scena politica, segnando una nuova fase dell’allontanamento tra la Repubblica islamica e la società iraniana. Ciò che rese questo movimento particolarmente incisivo a livello globale fu la sua chiarezza ideologica, capace di smascherare la macchina propagandistica del regime e le argomentazioni accomodanti dei suoi apologeti occidentali. A differenza delle precedenti proteste di massa, radicate in rivendicazioni economiche, questo movimento fu fin dall’inizio una sfida ideologica diretta al regime. Gli slogan proclamavano l’uguaglianza di genere, la libertà di espressione (incluso il diritto a non indossare il velo), la libertà religiosa, l’intero spettro dei diritti civili e politici e il diritto delle persone alla ricerca della felicità.

4. Una delle caratteristiche distintive delle proteste del 2026 — oggi definite “insurrezione nazionale” — è che, laddove le precedenti mancavano di una leadership politica, questa volta i manifestanti hanno iniziato a invocare Reza Pahlavi come loro guida. Dopo il movimento Donna, Vita, Libertà, il Principe ereditario ha dichiarato pubblicamente la propria disponibilità a guidare la prossima mobilitazione contro la Repubblica Islamica. Alcuni hanno raccolto quell’appello, e il suo è stato l’unico nome scandito nelle strade iraniane. Quando le folle hanno iniziato a invocarlo, egli ha colto il momento, assumendo un ruolo di leadership all’interno del movimento. Poiché la repressione incessante ha impedito la formazione di organizzazioni politiche e l’emergere di una leadership efficace sul territorio, gli iraniani si sono rivolti a ciò che era disponibile — alcuni per necessità, altri per convinzione. Sondaggi indipendenti precedenti mostravano costantemente che Reza Pahlavi godeva di circa il 30% di opinioni favorevoli all’interno del Paese, superando di gran lunga qualsiasi altra figura della società civile. Oggi tale percentuale potrebbe essere ancora più alta, alla luce di vari indizi che suggeriscono una più ampia e recente adesione alla sua leadership.

Una differenza ancora più cruciale rispetto alle precedenti insurrezioni risiede nell’indebolimento della posizione internazionale della Repubblica islamica. Lo smantellamento del cosiddetto “asse della resistenza” di Khamenei — operato dalle forze israeliane in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre, che ha decapitato e disorganizzato Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza — ha rappresentato un duro colpo. La caduta di Assad in Siria ha ulteriormente compromesso quell’asse. Questi eventi hanno ridotto drasticamente la capacità del regime islamico di perseguire la propria agenda ideologica e politica nella regione. Inoltre, la Guerra dei dodici giorni combattuta da Israele e Stati Uniti, durante la quale Israele ha dominato lo spazio aereo iraniano senza incontrare una resistenza significativa e ha eliminato impunemente la leadership dei Guardiani della Rivoluzione, ha delegittimato il regime agli occhi dei cittadini e ha rafforzato psicologicamente una popolazione già esasperata dalla violenza statale e dalla gestione catastrofica e corrotta degli affari pubblici.

In questo senso, il movimento attuale si distingue radicalmente dai precedenti: si sviluppa in un momento di umiliazione internazionale senza precedenti per la Repubblica islamica ed è segnato, per la prima volta in trent’anni, dall’emergere di una leadership politica riconoscibile.

5. Da una prospettiva macrostorica, questa svolta non sorprende. Storicamente e culturalmente, in Iran l’autorità spirituale risiedeva nella figura sacra dell’Imam occulto — ruolo usurpato da Khomeini nel 1979 — mentre l’autorità temporale era esercitata dal re (Shah). Khomeini smantellò questa struttura duale espellendo lo Shah e concentrando in un unico sistema di potere sia l’autorità spirituale sia quella temporale.

Nel suo disegno ideologico, lo Stato non era il braccio secolare della religione: divenne esso stesso religione. Il regime fu fondato in aperta negazione dell’Iran come Stato-nazione. Khomeini equiparò la costruzione nazionale all’idolatria e ripudiò l’identità nazionale iraniana. Sostituì la bandiera recante il tradizionale Leone e Sole, ribattezzò l’Assemblea Nazionale Consultiva in Assemblea Consultiva Islamica e disse agli iraniani che non erano una nazione, bensì parte di una ummah (comunità di fedeli) islamica globale. In breve, l’Iran divenne la prima conquista dell’islamismo politico, una base destinata a espandersi nel mondo. È per questo che la famigerata milizia del regime, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, non include la parola “Iran” nel proprio nome.

Nel 2009 gli iraniani cercarono di esercitare la propria sovranità all’interno del sistema islamico; nel 2017 e nel 2019 insorsero per respingere la teocrazia e rivendicare un ordine politico secolare; nel 2022 proclamarono a gran voce la loro aspirazione a uno stile di vita liberale e laico. Oggi, ciò che vediamo nelle strade dell’Iran è una popolazione che riafferma la propria identità iraniana e rivendica il proprio Stato-nazione, in aperta contrapposizione al globalismo islamista imposto da Khomeini. Sventolano la bandiera del Leone e del Sole, cantano l’inno “O Iran” e si radunano presso la tomba di Ciro il Grande per celebrare il fondatore dell’Iran di oltre 2.500 anni fa.

Gli iraniani possono non conoscere a fondo il Principe Reza Pahlavi, ma sanno che suo padre e suo nonno furono gli artefici dell’Iran come moderno Stato-nazione; sanno anche che egli non è — e non è mai stato — in alcun modo associato al regime criminale che ha devastato il loro Paese e le loro vite. È come se i manifestanti avessero deciso di chiudere la parentesi nera della Repubblica islamica, per usare le parole profetiche di Shapur Bakhtiar, ultimo primo ministro liberale dello Shah. Come se stessero tornando al 1978 per cancellare l’infame esperimento dell’islam politico dalla propria storia e scrivere un nuovo capitolo.

Per farlo, stanno reinventando la loro cultura, come già avvenne durante il movimento Donna, Vita, Libertà. Basta osservare i funerali e le commemorazioni dei loro cari assassinati: le bare vengono applaudite; la tradizionale preghiera religiosa per i defunti è omessa; si suona musica, si cantano le canzoni amate, alcuni danzano mentre le lacrime scorrono sui volti. Rifiutano persino la parola “martire”, così centrale nella cultura sciita. Le vittime non sono chiamate shahid(martiri), ma Javid Nām — “colui il cui nome è eterno” — e “figli dell’Iran”.

Dalla fornace di lacrime e sangue del movimento Donna, Vita, Libertà, gli iraniani stanno forgiando una nuova cultura secolare.

I mutamenti culturali tellurici che hanno dato origine a questo movimento radicale testimoniano la totale sconfitta ideologica dell’islam politico di Khomeini. Di fronte a questa sfida senza precedenti, il regime islamico ha scelto non la dispersione dei manifestanti né la repressione delle proteste, bensì il loro annientamento di massa. Dal punto di vista del regime, rivendicando la propria identità nazionale in sfida alla Repubblica islamica, i manifestanti si sono resi colpevoli di moharebeh — ‘guerra contro Dio’ — rendendo così la loro eliminazione un obbligo religioso.

La logica che guida questa scelta è assoluta e teologica: se Dio può distruggere l’intera umanità salvando solo un residuo eletto, allora una violenza illimitata può essere giustificata in nome della preservazione di un ordine sacro. È questa visione del mondo che informa il pensiero delle autorità iraniane, le quali hanno deciso di oltrepassare il Rubicone e scatenare una guerra santa totale contro una popolazione disarmata — una guerra tuttora in corso, mentre arresti di massa ed esecuzioni segrete continuano senza sosta. Nelle sole prime sei settimane del 2026, 331 persone sono state giustiziate con accuse non politiche — una cifra che non include i manifestanti feriti sommariamente giustiziati e conteggiati nel bilancio complessivo delle vittime. L’intensità di questo bagno di sangue ha reso impossibile qualsiasi coesistenza pacifica tra Stato e società.

6. Che cosa accadrà ora? Al momento della stesura di questa nota, l’opinione pubblica iraniana è immersa in uno stato di trauma collettivo profondo. Messaggi provenienti dall’interno del Paese sollecitano la diaspora iraniana a costruire alleanze con la comunità internazionale e invitano le democrazie liberali ad assumersi la responsabilità, riconosciuta dal diritto internazionale, di proteggere. Molti continuano a sperare che gli Stati Uniti mantengano la promessa di punire gli assassini. Allo stesso tempo, si aspettano che Reza Pahlavi capitalizzi il sostegno ricevuto e organizzi una transizione, mantenendo la pressione sulla comunità internazionale affinché aiuti gli iraniani a rovesciare un regime che sta attivamente massacrando il suo popolo.

Il Principe ereditario è stato proiettato in prima linea dal flusso e dal peso della storia. Negli ultimi due anni è stato invitato in visita ufficiale di Stato in Israele, un evento che ha ulteriormente rafforzato la sua statura di uomo di Stato agli occhi di molti connazionali. Il suo entourage ha pubblicato una tabella di marcia per un governo di transizione della durata di due o tre anni, che egli dovrebbe guidare. Secondo questo piano, in qualità di leader della transizione, Pahlavi designerebbe e controllerebbe i tre poteri dello Stato, che non sarebbero dunque né elettivi né separati o indipendenti. Una simile concentrazione di potere in un’unica persona, per quanto benintenzionata possa essere, rappresenta tuttavia un serio campanello d’allarme per gli attivisti pro-democrazia.

Se il Principe ereditario intende consolidare la propria leadership, avrà bisogno di una squadra forte e competente di esperti giuridici e costituzionali, nonché di specialisti nelle transizioni democratiche. L’Europa e le Nazioni Unite hanno supervisionato e assistito numerose transizioni dalla metà degli anni Settanta; dovrebbero mettere questa competenza al servizio del caso iraniano e aiutare la diaspora a unirsi attorno a un programma di transizione più chiaramente democratico. Gli iraniani hanno bisogno di alleati democratici, mentre le autocrazie si sono schierate con il regime. L’accordo da offrire dovrebbe essere chiaro: sostegno in cambio di un esito liberal-democratico.

Molti Paesi, animati da buone intenzioni, temono il caos che potrebbe seguire la caduta del regime. Ciò che non colgono è che l’Iran è già immerso nel caos, generato da uno Stato quasi fallito che non è in grado di fornire servizi essenziali come acqua ed elettricità e che governa esclusivamente attraverso il massacro dei propri cittadini. Un governo che attribuisce le difficoltà economiche causate dalla propria incompetenza e dalla corruzione dilagante al fatto che “Dio sta mettendo alla prova il popolo” è, per definizione, uno Stato ormai fallito. Rovesciare i mullah è dunque l’unico modo per prevenire un caos ancora più profondo e l’instabilità regionale. È esattamente ciò che il popolo iraniano ha deciso di fare, mettendo in gioco la propria vita.

Hanno bisogno di aiuto.

Washington D.C. – Parma, 9 febbraio 2026

La ricerca dei propri cari all’obitorio di Teheran. Credits: Vahid online